Arezzo, Museo Archeologico: la terra sigillata aretina a “Musei in piazza in 3D”

Nella consapevolezza dell’importanza e della consistenza del patrimonio archeologico aretino e italiano, il Rotary di Arezzo promuove l’utilizzo degli strumenti multimediali per migliorarne la valorizzazione e la conoscenza: nasce così “Musei in Piazza in 3D”, un progetto che permetterà, attraverso quattro schermi TV 3D e  l’uso di appositi occhialini stereoscopici (da richiedere gratuitamente al Tourist Office accanto all’evento) di ammirare alcuni dei preziosi vasi in terra sigillata aretina conservati al Museo Archeologico Nazionale G.C. Mecenate, che più di 2000 anni fa fecero di Arezzo uno  dei massimi produttori ed esportatori  di ceramiche, acquistate ed imitate in tutto il mondo antico. Durante la manifestazione verranno illustrate anche  le città di  Cortona, Catania e Millau (Francia), che costituiscono alcuni dei numerosi centri nei quali i celebri vasi aretini sono stati rinvenuti.

L’evento sarà presentato in anteprima  sabato 1 Giugno, ore 17:00, presso il Chiostro della Biblioteca e si svolgerà, in concomitanza con la Fiera Antiquaria, Sabato 1 e Domenica 2 Giugno 2013 presso le Logge del Vasari ad Arezzo.

L’invito è dunque a visitare il Museo Archeologico per scoprire direttamente la terra sigillata aretina e l’abilità dei ceramisti che la produssero.

 Locandina Musei in Piazza Arezzo

La Terra Sigillata Aretina

Nel periodo che coincide all’incirca con il principato di Augusto, Arezzo divenne uno dei centri produttivi più importanti del mondo antico per la fabbricazione di ceramica fine da mensa.

Si tratta dei  noti vasi “corallini” caratterizzati dall’argilla finissima e dal brillante colore rosso corallo della superficie. Il nome “terra sigillata”, coniato dallo studioso tedesco  Dragendorf nel 1895, deriva dal riferimento alle decorazioni a rilievo, “sygilla“, che  compaiono su alcuni di questi vasi.

La terra sigillata aretina fu prodotta dal 50 a. C. al 60-70 d. C. nella sua varietà liscia e dal 35 a. C. al 40 d. C. in quella decorata a rilievo, ed ebbe una rapida e sorprendente diffusione in tutto l’Impero, fino a raggiungere persino i territori orientali dell’Asia. Le botteghe risultano essere state più di un centinaio dislocate in Arezzo e dintorni; ma non mancano imprenditori aretini, come Ateius, che moltiplicarono la propria produzione aprendo succursali in altre città d’Italia, nella Renania, nella Westfalia e soprattutto nella Gallia meridionale.

I prodotti erano contrassegnati da un marchio di fabbrica (bollo), in genere di forma rettangolare, nel quale veniva impresso, al genitivo,  il nome del proprietario dell’officina e, al nominativo, quello del ceramista.

Dal 15 d. C. iniziano a diffondersi i bolli in planta pedis (a forma di impronta), marchio che si ritiene sia nato per dare una specie di garanzia al consumatore, proteggendolo dalle contraffazioni, già all’epoca fonte di concorrenza tra produttori. I vasi potevano essere decorati a rilievo o lisci, ed erano utilizzati soprattutto a tavola: abbondano infatti  le tipiche forme da mensa quali piatti, tazze, coppe, crateri e brocche.

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Il Museo Archeologico Nazionale di Arezzo dedica tre delle sue 26 sale alla terra sigillata aretina, introducendo dapprima il visitatore alla scoperta della tecnica di produzione di questa ceramica, tecnica che conosciamo bene grazie al ritrovamento, in città, di numerose e ricche discariche di fornace che ci hanno restituito scarti, matrici, punzoni e attrezzi per la lavorazione.

I punzoni erano provvisti di una faccia convessa su cui appariva il motivo decorativo, che veniva stampato in negativo sulle matrici. Queste erano fabbricate in argilla refrattaria per lo più a forma di ciotola e recavano all’interno la decorazione destinata a comparire in rilievo all’esterno dei lavori finiti. Attraverso l’uso delle matrici, con un semplice procedimento in serie, si poteva dunque fabbricare un numero assai elevato di vasi identici tra loro: la matrice era posta sul tornio e rivestita all’interno con un “foglio di argilla”, che veniva compresso a mano mentre la ruota girava, in modo tale da farlo aderire all’interno. Il vaso, dopo una prima asciugatura, veniva staccato e tuffato in una emulsione di acqua e argilla molto depurata che, una volta cotto, lo rendeva  esteticamente gradevole e ne impermeabilizzava la superficie.

Anche l’aretina “liscia” presenta elementi decorativi ad applicazione (rosette, delfini, maschere) ottenuti mediante matrici a placca, anch’esse esposte. Un’altra tecnica (detta à la barbotine) consisteva, infine,  nel creare  sulla superficie  piccoli rilievi (tralci, punti) di argilla liquida modellata a mano libera. L’operazione forse più delicata del processo di produzione era la cottura, che doveva essere svolta con attenzione, curando il perfetto isolamento della camera e la sovrapposizione dei vasi per evitare che questi cadessero, deformandosi; si doveva inoltre ottenere la temperatura necessaria alla vetrificazione della vernice (fra i 900 e 1110°C), e creare nella camera del forno un’atmosfera “ossidante” che permetteva alla vernice di assumere il caratteristico colore rosso.

Le fabbriche più note per la vastità di produzione e di esportazione sono quelle di M. Perennivs, Rasinivs, P. Cornelivs E Cn. Ateivs, delle quali il Museo espone una selezione di forme decorate con cortei, scene mitologiche e narrative, fregi decorativi, figure singole, tutte caratterizzate da un’ alta qualità tecnica evidente nella cura minuziosa dei dettagli e nella eleganza  delle composizioni.

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