Patrimonio sommerso: report della Giornata di Studi “Il collirio di Plinio”

La Sala de’Dugento è gremita di gente martedì 12 giugno per assistere alla Giornata di Studi “Il collirio di Plinio” dedicata all’eccezionale ritrovamento, nel carico del relitto del Pozzino, affondato al largo di Baratti circa 2200 anni fa, della valigetta di un medico. All’interno di essa sono state identificate delle compresse che anni di studi, ricerche e analisi di laboratorio hanno rivelato essere medicamenti per gli occhi, simili a ciò di cui racconta Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia.

La Sala de' Dugento gremita per seguire il convegno "Il collirio di Plinio"

La Sala de’ Dugento gremita per seguire il convegno “Il collirio di Plinio”

La giornata, presieduta dal Soprintendente per i Beni Archeologici della Toscana Andrea Pessina, e moderata da Piero Pruneti, direttore della rivista Archeologia Viva, si è aperta con i saluti istituzionali.

Il Soprintendente Andrea Pessina ha ricordato da subito che è attivo in Toscana un Nucleo Operativo Subacqueo; vi è poi un centro di restauro di materiali archeologici nato a seguito dell’alluvione di Firenze del 1966 cui si aggiunge una sezione dedicata specificatamente al legno bagnato per il restauro delle Navi di Pisa: laboratori importanti nel panorama italiano della tutela e della conservazione del patrimonio sommerso. Isabella Lapi, Direttrice Regionale della Toscana fa notare come il relitto del Pozzino sia stato rinvenuto al largo di Baratti/Populonia, che costituisce un contesto illuminato e ben riuscito di gestione grazie ad un accordo di valorizzazione tra Soprintendenza ed enti locali che ha dato vita a Parchi Val di Cornia.

In sala è possibile vedere sia un video che trasmette le immagini dello scavo subacqueo del relitto del Pozzino, sia i materiali rinvenuti nella cassetta del medico, esposti in una vetrinetta, che sono oggetto specifico della giornata di studi. Giornata che finalmente entra nel vivo.

Apre Pamela Gambogi, archeologo coordinatore del Nucleo Operativo Subacqueo: a lei tocca tracciare una panoramica dell’attività di ricerca subacquea nelle acque toscane. Il ritrovamento archeologico del Pozzino segnò l’inizio della tutela serrata dei mari della Toscana, grazie all’intuizione del Soprintendente dell’epoca Francesco Nicosia. Un apporto incredibile alla ricerca archeologica subacquea è dato da sempre dalle Forze dell’Ordine. I progetti di ricerca subacquea attuali si dirigono verso le grandi profondità, grazie ad una collaborazione con la Marina Militare.

Lo scavo subacqueo del relitto del Pozzino

Lo scavo subacqueo del relitto del Pozzino

Andrea Camilli entra nel vivo della scoperta archeologica, parlando dello scavo del relitto del Pozzino, che fu pionieristico, ma tuttavia condotto con un’attenzione incredibile alla documentazione: e mostra un rilievo acquerellato del fasciame della nave che è stato la base di partenza per lo studio del relitto. La nave era di piccole dimensioni, dal pescaggio basso e destinata al trasporto di anfore Dressel 1A di provenienza campana. Costruita nel Nord del Mediterraneo, la nave, che aveva equipaggio greco-orientale, stando alla dotazione di bordo rinvenuta, seguiva una rotta costiera che dalla Campania andava verso Nord, e trasportava un medico (forse un medico militare). La nave affonda tra il 140 e il 120 a.C. al largo di Populonia.

Il contenuto della cassetta del medico: sulla destra la campana per salassi e uno strumento chirurgico, sullo sfondo i flaconcini in bosso, sotto la teca le compresse di collirio

Il contenuto della cassetta del medico: sulla destra la campana per salassi e uno strumento chirurgico, sullo sfondo i flaconcini in bosso, sotto la teca le compresse di collirio

La pisside in stagno contenente i flaconcini in legno di bosso

La pisside in stagno contenente i flaconcini in legno di bosso

Tocca a Gianna Giachi illustrare il contenuto del bagaglio del medico e soprattutto a raccontare, come in un giallo, le fasi successive delle analisi di laboratorio volte a comprendere il contenuto della cassetta. Cassetta che doveva essere in legno e della quale, al momento del rinvenimento, si conservava solo la serratura. All’interno erano contenuti 136 flaconcini in legno di bosso contenuti in pissidi di stagno. I flaconcini emanavano, al momento del rinvenimento, un odore dolciastro: si pensava potesse essere traccia di una qualche sostanza che un tempo vi era contenuta all’interno, ma le analisi rivelarono che si trattava di vanillina, che si origina chimicamente dal degrado del legno. Nulla di fatto, quindi. Ma la radiografia di un’altra pisside in stagno rivelava un contenuto stratificato: dei discoidi dal diametro di 4 cm e spessore di 1 cm. È su queste compresse che si concentra l’attenzione degli studiosi.

Pasquino Pallecchi entra allora nello specifico dei minerali che compongono le compresse: idrossidocarbonato e carbonato di zinco. Proprio Plinio racconta le caratteristiche curative di questi due composti dello zinco. La forma delle compresse è coerente con un uso oftalmico: la parola greca kollyra, del resto, indica piccoli pani rotondi. Da qui a battezzare le compresse “il collirio di Plinio” il passo è breve…

Le compresse di collirio e la pisside in stagno che le conteneva

Le compresse di collirio e la pisside in stagno che le conteneva

Con Maria Perla Colombini si comincia a parlare di chimica. Lo studio dei materiali archeologici di natura organica rappresenta tutt’oggi una sfida per la chimica analitica. La chimica guarda alla trasformazione del materiale organico e risalendo dal degrado del materiale stesso va a ritrovare le molecole stabili o di trasformazione stabile attraverso le quali risalire ai composti chimici di partenza. Tutto questo lavoro è stato necessario per individuare gli altri ingredienti delle compresse: olio di oliva, cera d’api, resina di pino, che ha proprietà antiossidanti e antisettiche. Questa miscela accompagna come emolliente le compresse, per facilitare l’applicazione del principio attivo del collirio.

Marta Mariotti Lippi parla degli ingredienti vegetali del farmaco del Pozzino. Innanzitutto fa una digressione sulle piante e la medicina antica, distinguendo tra una medicina teurgica (in cui si fa ricorso alla preghiera, mentre le piante sono mere offerte o ornamenti), una medicina magica (in cui si fa ricorso a incantesimi e alle piante vengono attribuite proprietà non comprovate) e una medicina ippocratica (scientifica, nella quale le piante sono ingredienti le cui proprietà sono provate). Emerge l’importanza dell’archeobotanica per studi di questo tipo. Proprio gli studi di archeobotanica hanno permesso di capire che le compresse erano fasciate probabilmente in un tessuto di lino, mentre le tracce di amido di frumento indicherebbero un suo utilizzo per legare la compressa. Il grosso dello studio si è concentrato però sui pollini rintracciati: l’analisi palinologica ha consentito di individuare pollini di pino, cipresso, castagno, olmo, salice, mirto, bosso, ma soprattutto olivo. Come mai proprio l’olivo? Per rispondere bisogna sapere che il polline del fiore d’olivo si deposita e persiste sulle olive giovani, con le quali si ricavava un olio prodotto appositamente per scopi medicinali. E il cerchio si chiude.

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Donatella Lippi racconta l’oculistica nella medicina romana. Le patologie degli occhi sono testimoniate archeologicamente su alcuni votivi anatomici rappresentanti gli occhi, per esempio, ma anche su statue e su rilievi. L’oculista antico usava alcuni strumenti, come l’acus per curare la cataratta, uncini, spatole e specilli.

Cinzia Murolo ci accompagna in una visita virtuale del Museo Archeologico del Territorio di Populonia a Piombino, in particolare nella sala adibita ad ospitare proprio il relitto del Pozzino e il suo carico. Interessante l’impiego di una vetrina-acquario che ricrea per i visitatori le condizioni del ritrovamento subacqueo dei reperti del relitto. Una soluzione decisamente comunicativa.

Infine Giampiero Alessi e Lina Ciranna della SIFI S.p.A., società farmaceutica che ha finanziato gli studi e i restauri dei materiali della cassetta del medico del Pozzino, fanno un confronto tra le conoscenze e le pratiche nella cura degli occhi nell’antichità e oggi, facendo notare come i composti di zinco utilizzati nel collirio del Pozzino oggi non siano più impiegati, così come la sterilità e l’igiene, che oggi sono fondamentali per ogni intervento e cura agli occhi, all’epoca del naufragio non venivano assolutamente considerate.

Il convegno giunge al termine. La forte e interessata risposta da parte del pubblico, che numeroso si è accalcato in sala per assistere alla giornata di studi, è uno stimolo positivo per il Soprintendente Andrea Pessina che, in chiusura, auspica che in un futuro anche piuttosto prossimo potranno essere organizzati analoghi eventi dal forte richiamo come è stato il “collirio di Plinio”.

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