24 giugno 1959: viene in luce la Tomba della Montagnola di Quinto Fiorentino

“L’entusiasmo degli scopritori di tesori archeologici, che si ripete ad ogni rinvenimento, deve aver pervaso il dottor Giuseppe Toderi quando iermattina, inoltrandosi in un cunicolo appena scavato e nel quale il suo corpo s’infilava a malapena, ha visto aprirsi davanti alla luce della sua torcia elettrica una tomba etrusca delle più grandi mai che si siano mai trovate in Toscana e tale da aver certamente ricoperto le spoglie di un importante personaggio.”

Queste le parole dell’entusiasta giornalista Sergio Frosali del quotidiano La Nazione quando, il 25 giugno, racconta ai lettori del suo giornale della grandissima scoperta archeologica avvenuta il giorno prima, il 24 giugno, giorno di San Giovanni, patrono di Firenze, giorno di festa.

Il dromos di accesso alla tomba della Montagnola, 1959

Il dromos di accesso alla tomba della Montagnola, 1959

Siamo a Quinto Fiorentino, nella tenuta della villa Manfredi. Nel bel mezzo del terreno si trova una collinetta, troppo regolare, e poi cinta da un muricciolo, per poter essere naturale. In effetti che si potesse trattare di una tomba a tumulo etrusca l’aveva già ipotizzato il Soprintendente Antonio Minto negli anni ’20 del Novecento, e ancor prima lo aveva intuito Luigi Adriano Milani, il primo direttore del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Il Minto nel 1927 aveva chiesto e ottenuto dalla famiglia Manfredi l’autorizzazione a condurre scavi presso la Montagnola, come già era chiamata. Ma poi non se n’era fatto più nulla e per anni la collinetta aveva continuato a restare lì, tranquilla.

Il Soprintendente Caputo chiede segnaletica che indichi la tomba ai turisti

Il Soprintendente Caputo chiede segnaletica che indichi la tomba ai turisti

Passano i decenni, passa la Guerra, al Minto segue alla guida della Soprintendenza alle Antichità d’Etruria Giacomo Caputo. È durante il suo incarico che avviene la scoperta. Per opera, però, non di archeologi, ma di dilettanti, guidati da Giuseppe Toderi, uno speleologo che era riuscito ad avere l’autorizzazione agli scavi e che si ritrovava nei giorni di festa insieme ad un gruppetto di altri appassionati per scavare sul sito della Montagnola alla ricerca della tomba etrusca. Il 24 giugno era giorno di festa per i Fiorentini. Lo fu ancora di più per il Toderi.

La notizia della scoperta ebbe una grande risonanza sui giornali locali: alle varie testate che il giorno seguente scrissero del rinvenimento interessavano in particolare due cose: innanzitutto che ci fosse un tumulo principesco in un’area nella quale non erano noti insediamenti o città etrusche; in secondo luogo che i metri cubi di terra che ostruivano le camere funerarie potessero essere ricchi di preziosi oggetti di corredo, visto che qualche frammento di oro e bronzo lavorato era venuto in luce. E poi, cosa che piace tanto ai giornalisti, è che a fare la scoperta fossero stati dei dilettanti, non degli archeologi professionisti. L’immagine romantica dell’archeologo dilettante dipinta da questi quotidiani indossava pantaloni di fustagno, e il paragone con Schliemann, l’illustre dilettante che scoprì la città di Troia saltava subito all’occhio.

Il dromos si accesso alla tomba della Montagnola. Credits: www.muladoro.it

Il dromos si accesso alla tomba della Montagnola. Credits: www.muladoro.it

Dopo la scoperta, davvero eccezionale, di una tomba a tumulo poco distante da un’altra tomba a tumulo, La Mula, conosciuta fin dal Rinascimento, la Soprintendenza intervenne. Caputo fece organizzare ricerche sistematiche, quindi restauri, e volle che si predisponesse un minimo di segnaletica per attirare visitatori e turisti. Caputo si rese subito conto dell’eccezionalità del tumulo della Montagnola. Si trattava di una tomba di grandi dimensioni: costituita da un dromos, corridoio esterno scoperto cui segue uno interno nel quale si apre una cella su ognuno dei lati e che immette in un vestibolo e poi, finalmente nella camera sepolcrale coperta da una falsa cupola di lastre di pietra aggettanti con un pilastro centrale. La tholos, così viene chiamata la copertura a falsa cupola, era il cuore della tomba.

Il pilastro centrale sorregge la falsa cupola della tholos. Credits: wikipedia.org

Il pilastro al centro della falsa cupola della tholos. Credits: wikipedia.org

Ma non fu solo l’eccezionalità dell’architettura a colpire gli archeologi, quanto gli elementi di corredo rinvenuti, che risalgono all’età Orientalizzante, fine VII-inizi VI secolo a.C.: si tratta di statuette in avorio, placchette d’osso, vasetti in alabastro, vasi in bucchero e una fibula d’oro. Prima della scoperta della tomba della Montagnola non si conoscevano tracce dell’età Orientalizzante nell’area di Firenze: in questo modo invece si capì che l’Arno doveva essere un canale di collegamento importante tra la costa, dove invece i Signori Etruschi avevano contatti commerciali con il resto del Mediterraneo, e l’Etruria Settentrionale interna.

Giacomo Caputo: un protagonista dell’archeologia in Toscana nel Dopoguerra

Giacomo Caputo

Giacomo Caputo

L’archeologo Giacomo Caputo è stato a capo della Soprintendenza Archeologica della Toscana negli anni 1951-1966. La sua attività come Soprintendente in Toscana è stata oggetto di una comunicazione da parte di Pamela Gambogi (Soprintendenza Archeologia Toscana) in occasione del Convegno “Giacomo Caputo, un pioniere dell’archeologia del Novecento“, svoltosi a Palma di Montichiaro (AG), paese natale di quest’archeologo che con il suo lavoro ha davvero dato grande impulso alla ricerca archeologica non solo in Italia, ma in tutto il Mediterraneo.

Giacomo Caputo è noto in ambiente archeologico innanzitutto per la scoperta, quando nei primi anni della sua attività lavorava presso la Scuola Archeologica Italiana di Atene, del villaggio dell’Età del Bronzo di Poliochni, sull’isola di Lemno. Ma il suo interesse maggiore fu per l’Africa Settentrionale, nella quale diresse dal 1935 gli scavi in Cirenaica e a seguire in tutta la Libia. Qui egli scavò e fece restaurare i siti di Tolemaide, Leptis Magna, Tripoli, Sabratha, Cirene.

Cogliamo allora l’occasione per raccontarvi la sua attività in Toscana, e per farlo riportiamo le parole del quotidiano La Nazione del 3 ottobre 1966, quando Caputo andò in pensione, che descrive benissimo la sua carriera e le sue scoperte:

“[La sua attività in Toscana] fu multiforme e costantemente ispirata ad un’impareggiabile larghezza di idee e modernità di criteri scientifici. Nei restauri dei monumenti, da lui particolarmente curati, Caputo impose sempre la massima fedeltà al documento. Ecco come, nelle mura di Saturnia e nelle grandi tombe di Vetulonia, si rimettono a posto i grossi blocchi evitando contrafforti e sostegni posticci; le antiche are di Fiesole vengono liberate dalle sovrastrutture, sistemato il teatro, restaurati i templi sovrapposti e la gradinata, eseguito per la prima volta un grande rilievo complessivo della zona archeologica.

L'area archeologica di Fiesole

L’area archeologica di Fiesole

Si deve inoltre a Giacomo Caputo la ripresa degli scavi di Roselle e di quelli all’interno di Vetulonia. La definizione di un programma preciso, volto piuttosto a risolvere alcuni grandi problemi che ad accumulare oggetti, è fondamentalmente il metodo che gli permise di chiarire la presenza degli etruschi sulla destra dell’Arno e i loro rapporti con i valichi appennini, di scoprire la grande tomba a Tholos di Quinto Fiorentino, l’identificazione di tutta una serie di tholoi e di tombe in corso di scavo e la delimitazione dei relativi abitati. Per quanto riguarda i musei è noto come il professor Caputo abbia rinnovato quello di Siena, sistemato quelli di Arezzo e di Fiesole, organizzato l’Antiquarium di Asciano, reso statale quello di Chiusi. In questi ultimi tempi il lavoro di Caputo e la sua équipe ha concentrato i suoi sforzi sull’ “Archeologico” di Firenze: rinnovamento graduale delle sale, sistemazione della loggia con le sculture di Luni, liberazione di altre sale del palazzo di Via Capponi, trasformazione del terzo piano che accoglie ora una grande biblioteca specializzata e la biblioteca dell’Istituto di Studi Etruschi. Né si può dimenticare l’opera svolta da Caputo per la protezione dei monumenti nonché le mostre da lui ideate a scopo divulgativo (…). Quanto agli studi etruschi, l’opera di Caputo è completata da quella che egli svolge come segretario generale dell’Istituto di Studi Etruschi e come presidente della Fondazione Faina di Orvieto e, sul piano dell’archeologia nazionale, resta importante il suo contributo sia come membro corrispondente dell’Accademia dei Lincei, sia come membro del Consiglio Superiore delle Antichità e Belle Arti; elezione, quest’ultima, che gli permette e gli permetterà di non lasciare il raggio dell’archeologia etrusca di Firenze e della Toscana.”

Per quanto riguarda l’Archeologico di Firenze, Caputo fin da subito si adoperò per una migliore immagine del museo: pertanto chiese al Comando dei Vigili che fosse resa pedonale l’area antistante l’ingresso del museo, onde evitare che le auto vi parcheggiassero davanti, e volle curare il Giardino, chiedendo fondi al ministero, facendo leva sul fatto che per la gente era un bel luogo di ristoro oltre che prezioso per i materiali archeologici in esso conservati, le tombe etrusche e le sculture romane. Il suo impegno per l’abbellimento gli procurò anche un’ammirato ringraziamento da parte del sindaco del tempo, Piero Bargellini:

Biglietto di ringraziamento del sindaco Piero Bargellini al Soprintendente Caputo per il bell'aspetto del Giardino del museo

Biglietto di ringraziamento del sindaco Piero Bargellini al Soprintendente Caputo per il bell’aspetto del Giardino del museo

Organizzò due mostre a Firenze dedicate agli Etruschi con l’intento di avvicinare il grande pubblico all’archeologia e al Museo Archeologico. Usando le parole stesse di Caputo, dice che tali mostre servono per soddisfare “un’educazione che si va facendo più evidente nel pubblico il quale, per buona fortuna, allarga, con crescente preparazione, il campo dei suoi interessi mentali“. I due eventi ebbero un forte impatto sulla comunità fiorentina, come risaltano i giornali dell’epoca: merito di un’impostazione che metteva al centro il visitatore, con un intento didattico che comunque non inficiava l’impatto emotivo; l’allestimento della mostra dedicata alle urne volterrane, per esempio, imitava l’atmosfera di una monumentale tomba etrusca gentilizia, ricca di urne. Per i visitatori del Museo Archeologico, invece, Caputo fece realizzare delle piccole guide gratuite dedicate ad alcuni settori del museo.

Per quanto riguarda invece la scoperta delle tombe della Mula e della Montagnola a Quinto Fiorentino, è egli stesso a scrivere la voce relativa sull’Enciclopedia dell’Arte Antica, reperibile anche online.

Tomba di Quinto Fiorentino scavata da Giacomo Caputo

Tomba di Quinto Fiorentino scavata da Giacomo Caputo

Giacomo Caputo va in pensione il 1° ottobre del 1966 al compimento dei 65 anni di età. Lascia un Museo Archeologico di Firenze rinnovato, finalmente dopo tutta la lunga fase di lavori del dopoguerra. Il museo aveva riaperto i battenti nel 1950, un anno prima che Caputo diventasse Soprintendente alle Antichità d’Etruria. Ma appena un mese dopo quest’articolo che abbiamo riportato, tutto il gran lavoro condotto nel Giardino e al piano terra del Museo viene spazzato via dall’Alluvione di Firenze. Toccherà al suo successore, Guglielmo Maetzke, sobbarcarsi la responsabilità dei lunghi lavori di recupero dei materiali e delle strutture del Museo.

4/11/1966: l'alluvione di Firenze: i danni al Museo e alla Soprintendenza

4/11/1966: l’alluvione di Firenze: i danni al Museo e alla Soprintendenza

Firenze e il patrimonio archeologico toscano alla fine della II Guerra Mondiale

Si sta concludendo il 2014, 70° anniversario della distruzione dei ponti di Firenze e della Battaglia, e liberazione, del capoluogo toscano, nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Ripercorriamo quei momenti guardandoli da una prospettiva particolare: il salvataggio del patrimonio culturale, in particolare archeologico.

L’estate del 1944 fu drammatica e convulsa per Firenze: la distruzione dei Ponti sull’Arno e dei quartieri medievali accanto a Ponte Vecchio, unico risparmiato dalle mine tedesche, nella notte del 3 agosto, e a seguire la Battaglia di Firenze, tra Patrioti e Tedeschi dopo l’arrivo degli Alleati, segnò e colpì al cuore i Fiorentini. 70 anni son passati da quegli eventi e la città li ha voluti ricordare attraverso alcune manifestazioni tra cui una mostra ora in corso a Palazzo Medici Riccardi che vi invitiamo a visitare (fino al 6 gennaio 2015).

per il salvataggio delle opere d'arte intrasportabili di Firenze viene predisposto un sistema di protezione che cerchi di contrastare il più possibile i danni da eventuali esplosioni. Credits Firenze in Guerra https://www.facebook.com/Firenzeinguerra/photos/a.662482530454178.1073741836.660271774008587/851174018251694/?type=3&theater

per il salvataggio delle opere d’arte intrasportabili di Firenze viene predisposto un sistema di protezione che cerchi di contrastare il più possibile i danni da eventuali esplosioni. Credits Firenze in Guerra https://www.facebook.com/Firenzeinguerra/photos/a.662482530454178.1073741836.660271774008587/851174018251694/?type=3&theater

A Firenze più che altrove la guerra comportò il problema del salvataggio delle opere d’arte e del Patrimonio Culturale: era già noto il rischio di distruzione di monumenti e di furto di opere d’arte e il Ministero dell’Educazione Nazionale si era prodigato facendo sì che le Soprintendenze sul territorio svuotassero i propri musei allestendo dei depositi in ville e castelli fuori dalla città e facendoli controllare periodicamente. Anche a Firenze intervennero i “Monuments Men“, ufficiali dell’esercito Alleato dediti proprio al salvataggio delle opere d’arte, guidati da Frederick Hartt, che ha lasciato viva testimonianza del suo lavoro ne “L’Arte fiorentina sotto tiro“, un racconto appassionato della sua esperienza. Ma Hartt nel suo libro si occupa del patrimonio storico-artistico e dei monumenti. Per sapere cosa successe durante la Guerra e subito dopo al Patrimonio archeologico della Toscana e al Museo Archeologico Nazionale di Firenze abbiamo dovuto interpellare l’Archivio storico della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Ecco cosa abbiamo scoperto.

In una lettera del 4 ottobre 1944 indirizzata al Ministero della Pubblica Istruzione – Direzione Generale Antichità e Belle Arti, il Soprintendente Antonio Minto fa il punto della situazione. Anche la Soprintendenza alle Antichità d’Etruria, all’arrivo a Firenze degli Alleati, si era messa in contatto con il Monuments Man Hartt, fornendogli un elenco di tutte le raccolte pubbliche e private, dei monumenti e delle zone archeologiche più importanti per aver notizia di eventuali danni e distruzioni nei territori della Toscana e dell’Umbria.

firenze 1944

La richiesta di collaborazione firmata da Hartt e la relazione con l’elenco dei danni al patrimonio archeologico toscano – Archivio Storico SBAT

Già il 4 settembre giungeva un elenco dei danni ai monumenti etruschi in toscana. In generale i danni al Patrimonio Archeologico e alle collezioni non furono gravi: le collezioni museali, in particolare, si erano salvate perché ricoverate in depositi e località sicure durante la guerra. Apprendiamo dalla relazione che le mura etrusco-romane di Saturnia furono pesantemente danneggiate dalle bombe mentre la porta all’Arco delle mura etrusche di Volterra, che i Tedeschi volevano minare e far saltare, fu risparmiata all’ultimo momento grazie all’intervento delle autorità locali. Il museo di Chiusi subì danni rilevanti nel corso di un tremendo bombardamento della città, così come il museo di Arezzo, la cui collezione paleontologica fu in parte distrutta dal crollo del Campanile della chiesa di San Bernardo e il cui anfiteatro subì danni. La collezione archeologica invece, ricoverata in parte a Firenze, rimase intatta. A Firenze, il Palazzo della Crocetta, sede del Museo Archeologico, ebbe pochi danni durante la Battaglia di Firenze, anche se subì l’assalto dei Patrioti nei giorni 12-14 agosto perché credevano vi fossero dei franchi tiratori fascisti all’interno, come racconta, in un urgente rapporto del 16 agosto, l’allora soprintendente Antonio Minto. Le collezioni rimasero intatte: erano infatti stati murati nei sotterranei i materiali archeologici e la collezione numismatica e glittica medicea e granducale, mente i Grandi Bronzi, Chimera, Minerva, Arringatore e Idolino di Pesaro, erano stati ricoverati nella villa Medicea di Poggio a Caiano che fu quasi del tutto risparmiata dalle depredazioni tedesche.

archivio storico sbat

Telegramma dal Ministero dell’Istruzione Nazionale alla Soprintendenza alle Antichità: “Prego inviare massima urgenza materiale grafico et fotografico disponibile/monumenti et opere arte danneggiate” – Archivio Storico SBAT

La lettera del 4 ottobre redatta dal Soprintendente Minto rispondeva ad uno dei tanti solleciti inviati dal Ministero della Pubblica Istruzione fin dal suo insediarsi, per rendersi conto dell’effettiva entità dei danni occorsi al Patrimonio culturale e ai fondi da stanziare per i restauri. Ma, per altri versi, la salvaguardia del patrimonio interessava anche al precedente Ministero dell’Educazione Nazionale, che in data 3 maggio 1944 aveva predisposto un ufficio stampa che assicurasse la più intensa ed efficace divulgazione sui quotidiani dei danni arrecati dalla “barbarie nemica” (cioè dagli Alleati) sui monumenti e nel luglio 1944 predispone la catalogazione dei danni di guerra con un duplice schedario topografico, per i monumenti e per i reperti mobili. Quale che fosse la parte politica al potere e il nemico da combattere (da quando il 23 luglio 1943 Mussolini fu destituito), i funzionari del Ministero ebbero sempre a cuore la protezione e la salvaguardia del Patrimonio. Più volte i Monuments Men ebbero modo di constatare quest’attitudine che più che un lavoro era stata vissuta come un impegno sociale, una vera vocazione.

Lettera di congratulazioni di Ranuccio Bianchi Bandinelli ai funzionari delle Soprintendenze

Lettera di congratulazioni di Ranuccio Bianchi Bandinelli ai funzionari delle Soprintendenze, 1946 – Archivio Storico SBAT

L’interesse per la salvaguardia del Patrimonio Archeologico e storico-artistico all’indomani della Guerra è una priorità per il Ministero della Pubblica Istruzione che ordina una ricognizione volta a verificare le opere d’arte mancanti in seguito alle distruzioni e alle trafugazioni. Negli anni immediatamente successivi alla Guerra molti cantieri di restauro sono avviati e portati a termine. In una circolare del 19 dicembre 1946 il Direttore Generale alle Antichità e Belle Arti Ranuccio Bianchi Bandinelli fa i complimenti ai Soprintendenti per il lavoro svolto di restauro dei materiali e di riassetto dei musei e li sprona ad andare avanti. I complimenti arrivano anche dall’Estero, dove viene riconosciuto l’impegno dell’Italia nel restauro e nel recupero del Patrimonio archeologico e storico-artistico. Nel 1946 al Metropolitan Museum di New York si tiene una mostra dedicata proprio ai danni al Patrimonio in Italia per via della Guerra; un’altra mostra, a Firenze, nel 1947, è dedicata a monumenti e opere d’arte danneggiate alla guerra e ai restauri, con lo scopo “di dare la più ampia dimostrazione del lavoro italiano in questo campo“.

In questo clima di ottimismo per il recupero delle opere d’arte, anche grazie alla restituzione dei capolavori trafugati dai nazisti, si inseriscono, quali voci fuori dal coro, alcuni studiosi tedeschi che vorrebbero negare invece tali restituzioni: ad essi risponde nel marzo 1950 una lettera di protesta da parte dell’Accademia dei Lincei, che viene sottoscritta anche dai funzionari della Soprintendenza alle Antichità d’Etruria. La restituzione delle opere d’arte rubate è un problema fortemente sentito nell’immediato Dopoguerra. A Firenze nel 1949 è attivo un Comitato per le Opere d’Arte rubate del quale fa parte, per conto della Soprintendenza archeologica fiorentina, Guglielmo Maetzche.

Negli anni successivi alla Guerra, dunque, la situazione torna lentamente alla normalità. Il Museo Archeologico Nazionale di Arezzo riapre nel 1951, mentre quello di Firenze, che era nel bel mezzo di un epocale riallestimento quando lo sorprese la guerra, riapre finalmente nel 1950. Ma questa storia ve la raccontiamo la prossima volta…

24 Ottobre 130 d.C.: Antinoo annega nel Nilo

Al secondo piano del palazzo della Crocetta, nel Museo delle Antiche Collezioni, si conserva quello che a lungo è stato ritenuto l’unico esemplare bronzeo noto di ritratto di Antinoo, il giovane originario della Bitinia amato dall’imperatore Adriano (117-138 d.C.), il colto e raffinato imperatore filelleno. Le fonti antiche, talvolta di parte e confuse, sono concordi nel collocare alla fine del mese di ottobre (forse proprio il 24) del 130 d.C. la sua prematura morte, avvenuta per annegamento nelle acque del Nilo.

20141024_115254Dal mese di agosto al mese di novembre l’imperatore, che amava viaggiare attraverso le province dell’impero accompagnato dal suo favorito, si trovava in Egitto; qui, nel corso di una navigazione lungo le acque del Nilo, presso Ermopoli il giovane Antinoo incontrò la morte a poco meno di venti anni. Almeno tre sono le versioni riguardo alla sua scomparsa: una disgrazia, un sacrificio oppure un suicidio, una sorta di autoimmolazione agli dei per favorire la sorte di Adriano.

Se non possiamo essere certi sul giorno della morte, è pur vero che essa avvenne in concomitanza con le commemorazioni della morte di Osiride, il 24 ottobre, appunto, e che in quel giorno furono resi al giovane gli onori funebri. Secondo una tradizione egizia già testimoniata da Erodoto, chi moriva annegato nel Nilo aveva diritto a ricevere onori quasi divini; Adriano, oltre ad associare la sua figura a quella del dio egizio morto e risorto dal Nilo, ne fece immediatamente l’oggetto di un culto eroico, che si diffuse in tutte le province dell’impero: in Grecia e nelle province orientali il culto assunse addirittura forme sincretiche, vedendo Antinoo di volta in volta venerato coma Adone, Apollo, Dioniso o Pan. In suo onore l’imperatore fece erigere una nuova città, di fronte ad Ermopoli, che da lui prendeva il nome, Antinoe.

20141024_115310Subito dopo la morte del giovane amasio di Adriano fu creato il tipo ritrattistico che lo caratterizza, con il mento arrotondato, la bocca carnosa, il naso dritto e soprattutto la massa compatta ed apparentemente disordinata di riccioli, lunghi sulla fronte e sulla nuca. La folta chioma, una della qualità caratterizzanti degli eroi morti anzitempo anche in Omero, ombreggia il volto pensoso e malinconico del giovane, reclinato di lato.

20141024_115351L’esemplare dei Musei Archeologici Fiorentini è oggi identificato con una copia o calco da originale, eseguito probabilmente all’epoca di Cosimo I da una bottega fiorentina (sicuramente prima del 1574, quando compare negli inventari di Palazzo Vecchio). La sua realizzazione si spiega con la rinnovata fortuna di cui il tipo ritrattistico del giovane bitinio godette nei primi decenni del Cinquecento, in particolar modo all’interno dei circoli intellettuali dediti alle speculazioni teosofiche ed esoteriche.

Il mito di Antinoo e la fortuna che egli ebbe dal Rinascimento in avanti tornano con forza nel Neoclassicismo, quand’egli diventa il simbolo di una bellezza senza tempo e il suo ritratto è desiderato da tutti i grandi collezionisti di antichità, ma culminano nel Novecento nel racconto che di lui fa lo stesso imperatore Adriano attraverso la penna di Marguerite Yourcenar. Leggere le “Memorie di Adriano” offre la possibilità di cogliere con freschezza la bellezza disinvolta del giovane amante dell’imperatore, e di respirare, attraverso la sua storia, le atmosfere dell’Impero Romano del II secolo d.C.: un impero tanto grande, tanto vario e tanto bizzarro, nel quale era possibile che un giovane cortigiano diventasse un dio e a lui fosse dedicata una città nel luogo in cui era morto. Una città che negli anni ’30 del Novecento è stata oggetto di scavi archeologici dell’Istituto Fiorentino di Papirologia. I reperti, e tra questi principalmente i tessuti, ci restituiscono la vitalità di una città romana dell’età imperiale e tardoimperiale. Ma di Antinoe, della sua storia, degli scavi e dei suoi tessuti, che sono esposti al Museo Egizio di Firenze vi racconteremo un’altra volta…

1/9/1951: il Museo Archeologico di Arezzo riapre dopo la guerra

Sabato 1 settembre 1951 veniva celebrata la riapertura, dopo i danneggiamenti subiti durante il secondo conflitto mondiale, del Museo Archeologico aretino: alla cerimonia di inaugurazione del “ricostituito Museo etrusco-romano dell’Anfiteatro” erano presenti il Sottosegretario alla Pubblica Istruzione Carlo Vischia, il Ministro per l’Industria e il Commercio Pietro Campilli – in città in occasione della 5a edizione delle “Fiere Aretine” – e tra le autorità locali lo storico dell’arte Mario Salmi, all’epoca Presidente dell’Accademia Petrarca, e il Soprintendente Guglielmo Maetzke.

Mattino dell’Italia centrale. Cronaca di Arezzo. 1 settembre 1951.

Mattino dell’Italia centrale. Cronaca di Arezzo. 1 settembre 1951.

Il recupero dell’ex-monastero di San Bernardo, sede del Museo Archeologico dal 1936, aveva richiesto molti anni: nel dopoguerra, in seguito all’abbattimento dell’ala occidentale andata distrutta nel 1944, la porzione ancora agibile dell’edificio era stata destinata dal Comune parte a ricovero degli sfollati, parte ad uso scolastico. Ottenuta nel 1949 la restituzione dell’edificio, la Soprintendenza alle Antichità d’Etruria aveva così potuto procedere al restauro dell’intero complesso. I lavori, iniziati nel 1950, erano stati condotti con grande celerità; contestualmente erano state restaurate anche le strutture dell’anfiteatro romano.

Il Museo dopo i restauri (Maetzke 1952). La parte occidentale dell’edificio (nella foto a sinistra) sarà ricostruita solo successivamente a cura del Genio Civile.

Il Museo dopo i restauri (Maetzke 1952). La parte occidentale dell’edificio (nella foto a sinistra) sarà ricostruita solo successivamente a cura del Genio Civile.

Il riordinamento del Museo, curato dallo stesso Maetzke, riprendeva in linea generale quello del Museo del 1936-37, seppur “con notevoli varianti nella disposizione delle collezioni e soprattutto con nuovi concetti nella sistemazione e presentazione dei materiali” (Maetzke 1952). Si intendeva innanzitutto perfezionare la distinzione – tutt’oggi caratteristica del Museo aretino – tra sezione topografica e sezione antiquaria: il materiale proveniente dal territorio aretino veniva così riunito al piano inferiore (dove contemporaneamente venivano messi in luce elementi strutturali dell’antico anfiteatro successivamente inglobati dal monastero olivetano); al secondo piano erano invece raccolte le collezioni storiche del Museo. Gli ammodernamenti più consistenti erano stati previsti nell’esposizione dei reperti preistorici ed in particolare delle ceramiche: le “vecchie oscure vetrine in legno” erano state sostituite con vetrine a muro e vetrine finestra, così da permettere una migliore visibilità dei pezzi.

La sala delle ceramiche nel riallestimento del 1951 (Maetzke 1952).

La sala delle ceramiche nel riallestimento del 1951 (Maetzke 1952).

 Rimaneva tuttavia ancora in sospeso l’allestimento di una sezione di grande rilievo, quella della sigillata aretina: le migliaia di frammenti conservati in Museo necessitavano di un lunga e complessa opera di ricomposizione e riordinamento, oltre che di uno studio scientifico sistematico. Questo lavoro, affidato dalla Soprintendenza allo studioso Arturo Stenico, era nel settembre 1951 ancora ai suoi inizi: la famosa ceramica aretina veniva così presentata al pubblico in via provvisoria, in attesa di predisporre due nuove sale ad essa appositamente destinate.

Lo stesso anfiteatro si presentava in una rinnovata veste: restaurati gli ambulacri, sgombrate le macerie, l’area archeologica mostrava un nuovo manto erboso e nuovi alberi a sostituzione di quelli andati distrutti nei bombardamenti. Il complesso dell’ex-monastero di San Bernardo e il Museo Archeologico tornavano a nuova vita.

Il Museo e l’anfiteatro romano in una cartolina degli anni Cinquanta.

Il Museo e l’anfiteatro romano in una cartolina degli anni Cinquanta.

19/8/14: Muore a Nola Ottaviano Augusto

L’ultimo giorno della sua vita, informandosi a più riprese se il suo stato provocava già animazione nella città, chiese uno specchio, si fece accomodare i capelli, rassodare le gote cascanti e, chiamati i suoi amici, domandò se sembrava loro che avesse ben recitato fino in fondo la farsa della vita, poi aggiunse anche la conclusione tradizionale: «Se il divertimento vi è piaciuto, offritegli il vostro applauso e tutti insieme manifestate la vostra gioia.»
Poi li congedò tutti quanti e […] improvvisamente spirò tra le braccia di Livia, dicendo: «Livia, fin che vivi ricordati della nostra unione. Addio!»
Morì […] quattordici giorni prima delle calende di settembre, alla nona ora del giorno, all’età di settantasei anni meno trentacinque giorni.

Così Svetonio (II, 99-100) racconta, circa un secolo dopo lo svolgimento dei fatti, la morte dell’imperatore Augusto, di cui proprio oggi ricorre il bimillenario. Dopo 41 anni di regno,  il più lungo in tutta la storia dell’impero romano, Augusto morì mentre era in viaggio, a Nola, il 19 agosto del 14 d.C.

Anche se le celebrazioni ufficiali nella Capitale sono cominciate già dal 21 aprile di quest’anno (giorno del Natale di Roma), ci piace oggi rendere omaggio alla memoria del primo imperatore di Roma con la presentazione di uno dei pochi reperti a lui legati appartenenti alle collezioni del MAF ed esposti. Si tratta di un cammeo che appartenne alla vastissima collezione di gemme e cammei mediceo-granducale, oggi esposto nel Monetiere.

IMG_20140818_151624

Cammeo raffigurante Augusto

Il cammeo è realizzato in onice, bianco su un fondo cotognino e misura 4,6 x 3,9 cm.

Augusto è rappresentato di profilo, con indosso la corona civica e la testa velata. La corona civica, di quercia, costituiva la seconda onoreficenza militare romana in ordine di importanza ed era attribuita a chi avesse salvato la vita di un altro cittadino romano (ob civem servatum), che così rimaneva legato per sempre con un rapporto clientelare al proprio salvatore. Ad Augusto fu conferita dal Senato, così come il titolo di Augusto. Il manto portato sulla testa allude probabilmente al fatto che Augusto è qui rappresentato in veste di pontefice massimo, la più importante carica religiosa dello stato romano che assunse a partire dal 12 a.C. Era questo il tipo di ritratto preferito da Augusto: come togatus intento al sacrificio o alla preghiera; attraverso questa rappresentazione, infatti, egli intendeva interpretare la pietas, ovvero la devozione agli dei, uno dei cardini della sua politica di rinnovamento culturale e dello stato romano: un rinnovamento che, volendo correggere la crisi dei valori morali che aveva caratterizzato gli ultimi decenni della Repubblica, voleva riportare in auge gli antichi valori, a partire da quelli religiosi. Raffigurazioni di Augusto velato capite sono diffusissime in tutto l’Impero, dai ritratti su statua e sui rilievi (anche di importanti monumenti, come l’Ara Pacis Augustae a Roma) alle effigi su monete e, come nel nostro caso, sui cammei. Il cammeo della collezione Medicea, per il tipo ritrattistico dell’imperatore, è da riferire agli ultimi anni di regno.

Durante il suo regno Augusto si servì prevalentemente del suo incisore di fiducia, Dioskourides, di origine probabilmente asiatica, che si fece interprete e portatore dello stile e dei messaggi propagandistici imposti dal regime, che trovavano nelle gemme uno dei loro canali privilegiati di circolazione.

20140819_190622_1

Cammeo raffigurante Livia

Un altro cammeo, vicino al cammeo di Augusto, nella sala del Monetiere del Museo, è particolarmente legato alla figura del primo imperatore: il cammeo rappresenta Livia, moglie di Augusto e la cui effigie interpreta, nell’ideologia augustea, il ruolo di matrona modello, testimonianza di assoluta moralità, anch’essa in linea, dunque, con la politica di rinnovamento culturale voluta e perseguita dal princeps. Di lei narrano le fonti che fu molto amata dal popolo, assolutamente composta nel suo apparire e nel suo comportamento in pubblico. A lei, come del resto agli altri appartenenti alla famiglia imperiale, furono dedicate statue e rilievi, e il suo ritratto rivela sempre la donna incarnazione delle virtutes femminili delle matronae romane: virtù che si erano perse nel corso degli ultimi tempi della Repubblica e che tornarono in auge proprio in età augustea grazie all’esempio dato da Livia. Nel cammeo è anch’essa rappresentata velata e col capo cinto da una corona: perfetto contraltare del suo consorte.

Il Monetiere Mediceo e Granducale propone una serie molto ricca e variegata di gemme e cammei di età romana: dai ritratti di imperatori a personaggi mitologici, come Ercole, a divinità a scenette di genere… è un piacere osservarli tutti nei minimi dettagli: ogni gemma è un piccolo capolavoro che vi invitiamo a scoprire, per cogliere l’accuratezza dell’intaglio e del disegno, per tentare di riconoscere i personaggi e le situazioni rappresentate. L’arte della glittica, cioè la capacità di intagliare pietre preziose, ebbe grande successo e diffusione nella Roma imperiale, e non ha mai smesso di affascinare le generazioni successive. Così non deve stupire se i Medici nella loro collezione di antichità dedicarono particolare interesse a gemme e cammei: quelli esposti ora al Monetiere sono solo una piccola parte, ma significativa, della raccolta che i Signori di Firenze riuscirono a mettere da parte.

Un anno con Archeotoscana

Un anno fa in questi giorni vedeva la luce Archeotoscana. Non solo il blog, ma anche la pagina facebook della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e l’account twitter del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Nasceva, insomma, un nuovo modo per comunicare con voi tutti le attività della soprintendenza e la ricchezza del patrimonio archeologico toscano.

tagcloudArcheotoscana

L’idea era stata quella di aprire i musei e le aree archeologiche statali della Toscana al pubblico della rete e dei social network, nell’ottica di dare un’immagine di luoghi vivi e vitali, non semplici contenitori di oggetti, ma fucine di idee, di attività, di coinvolgimento per il pubblico. Da qui dunque la creazione di un sistema di comunicazione che sfruttando la piattaforma blog e le potenzialità dei social media per amplificare le notizie facesse uscire le attività della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana fuori dai soliti canali di comunicazione e informazione per andare a parlare con una fetta di pubblico più ampia e, chissà, magari diversa da quella che solitamente frequenta i musei. Dall’altra parte, però, la nascita di un sistema di comunicazione di questo tipo, in Italia tutto sommato abbastanza nuovo per musei archeologici statali (esistevano già da qualche mese i blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia e del Museo Archeologico Nazionale delle Marche) e sicuramente nuovo per una Soprintendenza, è stato guardato con attenzione (e accolto con favore) da chi, nel settore dell’archeologia, è attento anche alle tematiche della comunicazione.

Il compleanno del blog di Archeotoscana si accompagna ad un altro bel risultato: abbiamo infatti da poco superato i 100 post, il che vuol dire che in un anno abbiamo dato conto di numerose attività, dando notizia degli eventi, raccontando i più interessanti, e poi raccontando alcune storie legate alle collezioni, agli oggetti, ai musei. Perché crediamo che i musei debbano raccontare se stessi, a 360°.

Ma perché non rimanga tutto un’azione fine a se stessa, abbiamo sviluppato allo stesso tempo una rete social. Il blog non è altro che uno strumento di comunicazione accanto agli altri canali (facebook, twitter e Pinterest), e tutta la rete insieme realizza la comunicazione.

Il primo anno è stato positivo, in termini di attività e di risposte da parte del pubblico, attivo soprattutto sui social e in particolare su twitter. Ora vogliamo fare di meglio: vogliamo navigare nella direzione di coinvolgere sempre di più tutti voi che ci seguite, e di creare occasioni in cui musei reali e la rete virtuale si possano fondere. Qualche evento è già stato fatto, come l’Invasione Digitale al Museo Archeologico Nazionale di Firenze dello scorso 3 maggio, o come la Giornata Nazionale delle Famiglie al Museo del 13 ottobre 2013, organizzata al Museo Archeologico Nazionale di Arezzo e di Firenze, che è stata promossa esclusivamente tramite i social media. Vogliamo coinvolgere sempre di più tutti voi chiedendovi di condividere con noi le vostre esperienze (e a tal proposito vi ricordiamo che nei Luoghi dell’Archeologia statali della Toscana si possono scattare fotografie senza il flash) e aiutandoci a migliorare.

Questa presentazione richiede JavaScript.